venerdì 30 marzo 2012

SOSTANZE ENTEOGENICHE--->CAFFE'

Il caffè in realtà non è una pianta enteogenica, nonostante il suo alcaloide principale, la caffeina (contenuta, tra l' altro, anche nel guaranà) espleti la sua funzione a livello del sistema nervoso. Non produce mai, salvo rarissime e patologiche eccezioni, stati alterati di coscienza, tuttavia, essendo un eccitante, può rendere la mente più lucida.
 Uno dei più grandi scrittori mai esistiti, Edgar Allan Poe, procurava a sè stesso degli stati di coscienza alterati bevendo smodate quantità di caffè ed alcool.
 Non staremo qui a discutere delle proprietà organolettiche e delle varie qualità di caffè, ma analizzeremo le sue proprietà sulla psiche. Anche se, come detto, non produce stati alterati di coscienza, alcuni psiconauti dediti alla tecnica del sogno lucido, usano bere molto caffè prima di addormentarsi, onde favorire questa pratica di sogno.
Negli ultimi due secoli poche sostanze sono state tanto studiate dal punto di vista clinico quanto il caffè.
Nessuno ha dimostrato che faccia male.
Tante ricerche dimostrano invece gli effetti benefici del caffè e del suo principale composto attivo: la caffeina.
Già attorno al 1500 i saggi Sufi yemeniti bevono caffè per tenersi svegli durante le preghiere. Quando, agli inizi del 1600, il caffè comincia a diffondersi in Europa, lo si considera alla stregua di un medicinale.
La caffeina, scoperta a inizi ’800 in Germania dal giovane medico Ferdinand Runge, motivato da un incontro con Johann Wolfgang Goethe, stimola il sistema nervoso centrale, tiene desta l’attenzione e alto l’umore. Aiuta la respirazione e la digestione. Attenua il senso di fame e quindi può essere un aiuto nelle diete.
Alcuni studi suggeriscono che una tazzina di caffè solleva un po’ dai sintomi dell’emicrania.
Gli studi più recenti hanno sfatato alcune vecchie credenze: in dosi ragionevoli il caffè non disturba il sonno né fa male al cuore. Può anzi concorrere all’azione preventiva di alcune importanti patologie (morbo di Alzheimer e morbo di Parkinson).

Il caffè contiene anche sostanze antiossidanti, che contribuiscono a eliminare i radicali liberi. Il gusto, insomma, va d’accordo con la salute.
Se il caffè è un espresso, ancora di più: è la preparazione che unisce il maggior gusto e il minor contenuto di caffeina.
Tra le miscele, quelle con il 100% di pura Arabica hanno un tenore medio di caffeina intorno all’1,3%, contro quasi il doppio delle miscele di Robusta.

Una leggenda etiope narra la scoperta del caffè. In realtà questa leggenda, ha molte similitudini con la scoperta di un' altra pianta stimolante: il khat. Persino i luoghi (Yemen) e le dinamiche con cui si narra la scoperta di tali piante, coincidono.
Nello Yemen e in Etiopia si è tramandata una leggenda sulle origini dell’uso umano del caffè che ha per tema l’osservazione da parte di un pastore – in molte versioni di nome Kaldi – dell’agitazione delle sue capre dovuta al fatto che si erano nutrite di foglie e bacche della pianta del caffè. Questa leggenda sembra essere stata raccontata per la prima volta in Europa nel 1671 dal frate maronita Antonio Fausto Naironi. Di seguito una versione riassuntiva moderna:

Migliaia e migliaia di anni fa, certi pastori copti dell’altipiano di Caffa in Etiopia, si accorsero che le loro capre, oltre ad essere più ostinate, caparbie, cocciute del solito, erano anche molto nervose, si adombravano per un nonnulla, partivano a testa bassa contro chiunque si avvicinasse loro. Anche nel branco regnava una grande inquietudine, contrassegnata da un continuo cozzar di corna. Ma quello che ai pastori sembrava ancor più grave era il fatto che, giunta la sera, quando ricoveravano le capre nelle stalle, gli animali erano sempre irrequieti e non si riposavano. In piena notte erano ancora tutti svegli.

Non riuscendo a capacitarsi dell’insolito fenomeno, i pastori dell’altipiano etiopico si rivolsero a un monastero ed esposero il fatto a un vecchio e saggio monaco, il quale domandò se per caso i pastori negli ultimi tempi non avessero cambiato pascolo e se le capre non avessero brucato qualche pianta alla quale non erano abituate.

Il monaco ci aveva visto giusto. Ispezionando i nuovi pascoli, i pastori si resero conto che le capre brucavano le foglioline e i semi di certi alberelli sconosciuti sui quali agilmente si arrampicavano e che erano quelle foglie e sopratutto quei semi, che provocavano tanta agitazione nelle bestie che se ne nutrivano. Portati al convento, i semi furono esaminati, sottoposti a numerosi esperimenti, e quando furono anche abbrustoliti sul fuoco, macinati e versati nell’acqua calda, i monaci si accorsero che l’infuso scuro prodotto da questa lavorazione, li rendeva molto agitati ed eccitati, turbava la loro serenità convenutale e, quando giungeva la notte, i religiosi stentavano a prender sonno.1

In alcune versioni il o i pastori che si accorgono del comportamento bizzarro delle capre per via del caffè non provano su se medesimi gli effetti della pianta, bensì delegano la scoperta a dei monaci o altri tipi di personaggi ritenuti saggi, ai quali raccontano l’accaduto. E’ il caso, ad esempio, di questa versione del medico bolognese Angelo Rambaldi, pubblicata nel 1691 (pp. 15-16):

In Iamen, ò fij Ayman, che vuol dire Arabia Felice, querelandosi un giorno un Guardiano di Capre, e Cameli con certi Monaci Christiani chiamati in quell’idioma uno Sciadli, e l’altro Aydrus, perché i suoi armenti in quella Contrada tutta la notte vigilando, e saltando strepitassero, svegliò la curiosità dell’Abbate ad investigare la cansa, & osservato, che giunti a certi pascoli con tutta avidità correvano à divorare certo frutto d’arboriscelli dà loro, che scrivono senza vocali, chiamato Bnn, che noi diressimo Bun per veder se havesse indovinata la causa, ne fece la decottione, quale data à bevere à suoi Monaci osservò, che li teneva tutta la notte desti, e pronti ad assistere a Divini Uffizi, onde divulgato tale effetto, e da molti posti in uso, trovatosi, che non solo teneva svegliato senza alcuna diminuzione di forze, ma che à tutti corroborava lo stomaco, asciugava le cataratte….

Louis Lewin2 aggiunge che la bevanda “fu chiamata kahweh, cioè ciò che eccita, o ciò che toglie la voglia di mangiare”.

La leggenda del pastore Kaldi può ben riflettere un evento etnostorico in cui un uomo scoprì l’associazione esistente in natura fra la pianta del caffè e l’assunzione da parte delle capre di questa pianta; i dati etologici suggeriscono che l’assunzione della pianta e l’ottenimento del conseguente effetto stimolante sia intenzionale nelle capre (si veda Le capre, il caffè e il khat). Mantegazza riporta che in alcune versioni della leggenda di Kaldi gli animali protagonisti della scoperta umana del caffè sono dei cammelli e non delle capre.3

Nella seguente versione, riportata in uno dei primi trattati a stampa dedicati al caffè,4 è presente il tema dell’iniziale rifiuto e condanna della nuova droga da parte dei sistemi istituzionali vigenti:

Kaldi, notando effetti eccitanti sul suo gregge che brucava tra le bacche rosse e brillanti di un lucente arbusto verde, provò egli stesso a masticarne il frutto. La sua eccitazione lo persuase a recare le bacche a un santone islamico in un monastero. Ma il religioso ne condannò l’uso e le scaraventò nel fuoco, donde si sprigionò un aroma allettante. I chicchi abbrustoliti furono subito strappati alle braci, sbriciolati e dissolti in acqua calda, per ricavarne la prima tazza di caffè.

In una versione riportata da Ernst von Bibra nel 1855 (p. 3) si trova il tema della dicotomia, tutta islamica, fra inebriante concesso e inebriane vietato, fra caffè e vino d’uva; il pastore è un derviscio:

Nella valle dello Yemen nel mezzo dell’Arabia Felice viveva un povero derviscio che di frequente notava una sorprendente vivacità nelle sue capre quando tornavano dal pascolo alla sera. Con lo scopo di scoprire la ragione del comportamento degli animali, un giorno egli si mise fra di loro e vide ch’esse gustavano le foglie, i fiori e i frutti di un albero che non aveva mai notato prima. Egli fece l’esperimento su di se e, avendo mangiato le foglie e le bacche, andò in un siffatto buon umore che i suoi vicini sospettarono erroneamente ch’egli avesse bevuto del vino, a loro proibito. Mostrando la sua scoperta ai suoi avversari, suscitò rimorso nel restituire bene per male. Per ora essi videro chiaramente che Allah aveva inteso il caffè per ricompensare la loro fedeltà nel rispettare il divieto del succo d’uva.

Secondo un’altra leggenda, sempre un pastore portò all’attenzione di un priore di un monastero persiano che aveva notato una particolare vivacità nelle sue capre dopo ch’esse avevano mangiato foglie di caffè. Il priore diede ai suoi frati le foglie e i frutti da provare, a i frati, prima letargici e pigri durante i loro compiti devozionali notturni, ora erano diventati animati e di buon umore svolgevano i loro esercizi spirituali.

La prima versione della leggenda di Kaldi riportata in Europa da Naironi nel 1671, fu riportata in versi nel 1781 dall’italiano Lorenzo Barotti; in questo caso il pastore, dopo aver notato l’associazione fra il comportamento bizzarro delle sue capre e la pianta del caffè, si rivolge a un saggio conoscitore delle piante, che lo tranquillizza sul destino delle sue capre, che recupereranno in breve tempo, e che gli confessa che anch’egli utilizza quella pianta per stare sveglio durante i suoi studi notturni:

Sappi adunque, che un arabo pastore
Col gregge uscito, appena era il dì fatto,
Fosse vaghezza sua, o fosse amore,
Che lo avesse di sè fuor tolto affatto,
Dai noti campi qua e là molt’ore
Errando si scostò non piccol tratto,
Finchè a un prato arrivò verde ed ombroso,
Che al gregge offria buon pasco, e a lui riposo.
Era il pratel quasi da siepe a tondo
Da piante di caffè cinto e difeso,
Che sotto il frutto avean già secco, e mondo
Giù tirato da venti, o dal suo peso:
Là non n’era il terren così fecondo,
Come altrove solea, se il vero ho inteso:
Certo non par da quello che successe,
Che il Pastor del caffè notizia avesse.
Egli lasciate ad agio loro intorno
Andar le capre non ancor satolle,
Sentendo che oramai salito il giorno
Era all’altezza in che l’aria più bolle,
Al piede si sdrajò d’un antiquorno,
Che dal sol ricopra l’erbetta molle;
Gli alti silenzi del soligno loco
Su gli occhi il sonno gli chiamar tra poco.
Non si svegliò che in questo ed in quel lato
Il trifoglio cercando, e il timo olente,
Avean le capre a’ margini del prato
Già del caffè trovata la semente,
E adescate all’odor vivido e grato,
Con molta avidità messovi il dente;
Ma il nuovo cibo, di che far sì ghiotte,
Forte le travagliò tutta la notte.
Il pastor dopo un pezzo se ne accorse
A’ lo belati, e al non chetarsi mai;
Quindi dal letticciuol subito sorse
Che a mezzo il giro era la notte omai,
E al pecoril vicin col lume corse.
Per esse, e più per sè temendo assai;
Colà guatò, cercò, le paglie scosse,
Che credea che appiattato alcun vi fosse.
Ma il suo guatar, il suo cercar fu vano,
Chè fuori delle capre altri non v’era;
E trovata la sbarra, e l’uscio sano
Come lasciati avevali la sera,
Battendosi la fronte colla mano,
Ho perduto, gridò, la mandra intera:
O da morbo ciò venga o da malia,
Le capre prese son dalla pazzia.
Nessuna, aimè! si corica, nè dorme,
E a tutte il fiato dal belar s’ingrossa
E si dibatton in sì strane forme,
Che par ch’abbiano il fistolo nell’ossa;
Eppur qui certo non si veggion orme
Di fera, o d’uom che nuocere lor possa;
Se impazzine non sono, altro non truovo
Che si debba incolpar d’un mal sì nuovo.
Ivi passò senza tornar più a letto
Il resto della notte afflitto e stanco,
Che avendo d’ogni cosa ombra e sospetto
Non volle abbandonar l’infermo branco;
Ma come il sol rimessosi in assetto
Fece surgendo l’Oriente bianco,
Nuovamente al pratel voltò le piante,
Dove s’era fermato il giorno innante.
Forse, dicea tra sè, questo mal nasce
Da rio veleno, che in quel sito alligna,
E il gregge incauto non di rado pasce
Il timo attossicato e la gramigna,
Ma vedrò ben se così matte ambasce
Sieno effetto di qualche erba maligna;
Così fantasticando tratto tratto
Tutto affannoso se ne andava, e ratto
Giunto al pratel, lo corse, e lo ricorse,
Nè vide fil di pascolo nocivo:
Sol del caffè le fave ignote scorse
Cadute giù dall’albero nativo;
E come ne trovò di frante e morse,
Che il vestigio del dente avean pur vivo,
Chinato a terra alcune ne raccolse,
Che veder da vicino meglio le volse.
Poichè mirate l’ebbe attentamente,
Se, disse, anch’io non sono o pazzo o losco,
Qui della capre nel caffè c’è stato il dente,
Che il dente delle capre ben conosco;
Forse con questa coccola o semente
Ingozzate le mie si sono il tosco;
E nel dir ciò se le volgea pian piano,
Guardandole pur fiso, su la mano.
Punto da cotal dubbio il sentier prese
Verso un delubro a Febo sacro e caro,
E fra i pastor dell’Arabo paese
Per oracoli assai nomato e chiaro:
Là parecchi vivevano a sue spese
Sotto la direzione d’un uom preclaro,
Che su le piante, e l’erba era sì colto
Che sol cedeva a Febo, e non di molto.
Or a lui, che il Nume era ministro,
Venne avanti il pastor in umil atto,
E poichè della sua greggia il sinistro
Caso come sapeva ebbe ritratto,
Deh, disse, il ben che so che ad altri hai fatto;
Pigliati queste coccole, che forse
Ti daran qualche lume; e gliele porse.
Sorrise il vecchio: e, datti, pace, o figlio,
Gli rispose che il mal cesserà presto;
Non sovrasta al tuo gregge altro periglio
Che il dovere oggi pur startene desto;
Questa notte chiudrà lo stanco ciglio,
Poichè l’ardente frutto avrà digesto,
Che gli ha nel corpo un acre umore infuso,
E l’ha fatto vegliar fuori dell’uso.
Nè lunghi studii miei anch’io sovente,
Abbrustolatol pria, nell’acqua il cossì,
La qual bevuta il sonno di repente
Mi scacciava dagli occhi umidi e grossi;
Sicchè potea l’ore notturne e lente,
Come di letto allora uscito io fossi
Stare a stillarmi in su i libri il cervello
Finché il Sol rimenava il dì novello.5

Note

1 Batini, 2003, p. 73.
2 Lewin, 1928, vol. III, p. 302.
3 Opera del frate maronita Antonio Fausto Naironi, De saluberrima potione cahue, seu cafe moncupata discursus, del 1671, rip. in Weinberg & Bonnie, 2002: 21-22.
3 Mantegazza, 1871, ibid., vol. 2, p. 113
4 Lorenzo Barotti, 1781, Il caffè, dedicato agli eccellentissimi sposi il signor conte Don Luigi Onesti e la signora Donna Costanza Falconieri ed edito in Parma dalla stamperia Reale; rip. in Mantegazza, 1871, vol. 2, pp. 109-113.

Riferimenti bibliografici

BATINI GIORGIO, 2003, Le radici delle piante. Erbe, fiori, frutti, alberi nel mito e nella leggenda, Edizioni Polistampa, Firenze.
BIBRA von ERNST, 1995 (1855), Plant Intoxicants, Healing Art Press, Rochester, Vermont.
LEWIN LOUIS, 1981 (1928), Phantastika, 3 voll., Savelli Editori, Milano.
MANTEGAZZA PAOLO, 1871, Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze, Bernardoni, Milano, 2 voll.
RAMBALDI ANGELO, 1691, L’ambrosia arabica, ovvero della salutare bevanda del cafè, Longhi Stampatore Arcivescovale, Bologna, ristampa anastatica 2001, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, BO.
WEINBERG A. BENNETT & BONNIE K. BEALER, 2002, Caffeina, Donzelli Editore, Roma.

giovedì 29 marzo 2012

LR FORZE OCCULTE DELLA NATURA

Col termine magia mentale intendo più del vero controllo mentale delle forze occulte della natura. Voglio dire che tali forze sono in sè e per sè mentali come carattere e come natura, e che il loro controllo o dominio significa semplicemente l' uso cosciente, il controllo, la padronanza e l' applicazione di certe forze mentali chiamate occulte, le quali sono possedute dall' umanità e vengono usate da ognuno, sia coscientemente che incoscientemente. Il dominio o il controllo delle forze medesime equivale a dire che una persona può imparare ad  applicare consapevolmenteciò che tutti usano ciecamente o inconsciamente. E poichè coscienza ed uso intelligente significano sempre potenza, la nozione dei princìpi di queste forze e la conseguente applicazione di esse procurano sempre potere a coloro che sanno ed operano in questo campo.

Mentre è vero che ciò che è noto come magia è stato sempre commisto ad un ammasso di credulità, superstizioni, forme e cerimonien prive di senso, l' attento studioso si accorgerà che tali escrescenze ed accessori provengono necessariamente dalle superstizioni popolari e dalle varie forme di religioni primitive che la specie umana ha nutrito in sè nel corso dei secoli. Nei tempi primitivi i maghi erano quasi sempre preti, essendo questa l' unica carriera che fosse loro aperta, e potendo essi solo, mediante il sacerdozio, erigere la barriera dei riti religiosi primitivi fra la loro sapienza e l' ignoranza della moltitudine.
 Lo studioso serio potrà sempre rintracciare qualche cosa di reale e di vero nelle forme e cerimonie dei vari culti antichi. Nella massa del sacerdozio exoterico od incolto si trovava sempre un culto esoterico o interiore. La lampada della Verità ardeva incessantemente nei sancta sanctorum dei templi, per coloro che erano sufficientemente elevati per esserne adoratori.

DEI DELLA MITOLOGIA AZTECA

Gli Aztechi erano ritenuti il popolo più religioso fra gli indios messicani. Di fatto, la loro religione, all' origine semplice e principalmente astrale, si era arricchita e complicata  al contatto con i popoli sedentari del centro. Poi, a misura che l' impero si estendeva, gli Aztechi andarono assumendo dèi e riti delle tribù più lontane. All' inizio del XVI secolo, la religione, che permeava tutti gli aspetti della loro vita, era una sintesi di credenze e culti dalle origini più disparate.
Del loro passato di barbari del nord, cacciatori e guerrieri, avevano conservato alcune divinità astrali. Il disco solare era adorato sotto il nome di Tonatiuh. Uitzilopochtli, dio-guida della tribù, rappresentava il sole del mezzogiorno. La tradizione voleva che egli fosse stato, in tempi remoti, soltanto un uomo, probabilmente un capo tribù e sciamano. Il mito traeva i suoi elementi dalla tradizione tolteca: questo dio sarebbe nato miracolosamente, non lontano da Tula (antica capitale), sui monti di Coatepec, dalla dea Coatlicue (colei che porta una gonna di serpente), e subito avrebbe sterminato con la sua arma tipica, il xiuhcoatl (serpente di turchese), i suoi fratelli, i Quattrocento Meridionali (le stelle del sud) e sua sorella, dea delle tenebre, Coyolxauhqui.

Uitzilopochtli dominava il pantheon azteco assieme a Tzecatlipoca, che quasi lo eguagliava in importanza e pare abbia giocato un ruolo molto importante nelle speculazioni teologiche dei sacerdoti. Tezcatlipoca, simbolo dell' Orsa Maggiore e del cielo notturno, vento della notte, che tutto vede, restando invisibile, proteggeva sia i giovani guerrieri che gli schiavi, ispirava gli elettori durante la designazione del sovrano, puniva o perdonava gli errori. Secondo la mitologia, era stato lui a cacciare da Tula il benevolo Serpente Piumato e ad imporre i sacrifici umani. Paynal, piccolo dio aiutante di Uitzipochtli, Mixcoatl, serpente delle nuvole, dio della caccia ed i Quattrocento serpenti delle Nuvole (stelle del nord), appartengono anch' essi al gruppo di divinità astrali.
  La religione delle antiche civiltà dell' altopiano aveva come base il culto di una coppia suprema (Terra e Fuoco), del dio della pioggia e della dea dell' acqua, e del Serpente Piumato, simbolo di fecondità ed abbondanza vegetale. Le antiche popolazioni contadine come gli Otomi, conservavano ancora nel XVI secolo la fede in una dea terrestre e lunare ed in un dio del fuoco e del sole. Queste concezioni, sottoposte ad una lunga elaborazione durante l' era tolteca, erano state incorporate dagli aztechi nella loro teologia, ma con importanti adattamenti. I membri della coppia suprema, Signori della Dualità, detti anche Signore e Signora dei nostri nutrimenti, sedevano in cima all' universo. Ma, eclissati in qualche modo dagli altri dei, avevano solo la funzione di far discendere, ossia far nascere gli uomini, determinandone i destini. Il dio del fuoco restava uno dei più importanti dei aztechi. Lo chiamavano Signore di Turchese o Il Vecchio Dio (raffigurato come un vecchio dal volto rugoso) o ancora Signore Otomi. Egli risiedeva nei focolari di ogni casa. Alla fine di ogni pasto gli si offriva qualche briciola di galletta e qualche goccia di bevanda. Era venerato specialmente dai commercianti.

A Tlaloc, antichissimo dio dell' acqua e della pioggia, adorato a Teotihuacàn durante il primo millennio, ed a Chalchiuhtlicue (colei che porta la gonna di giada), dea dei fiumi, si rendeva un culto tanto più fervido tanto più il clima era secco e la vita degli uomini dipendeva dalla loro benevolenza. Tlaloc poteva dispensare la benefica pioggia, come la grandine ed i fulmini. Le nubi, nella stagione delle piogge, si formavano sulle montagne: così si pensava che numerosi "doppioni" del dio, i Tlaloques, risiedessero sulle montagne, ed il culto delle montagne era strettamente associato a quello della pioggia. Come il grande sacerdote di Uitzilopochtli e quello di Tlaloc occupavano con uguale dignità i due posti più elevati nella gerarchia sacerdotale, così il grande tempio di Tenochtitlàn era coronato da due santuari: quello di Uitzilopochtli, bianco e rosso, e quello di Tlaloc, bianco ed azzurro. In questo modo la religione astrale dei popli guerrieri e quella agraria dei sedentari si riconciliavano nella sintesi azteca. Analoga associazione dei tratti propri delle due concezioni si ritrova nelle dee terrestri che erano chiamate Madre degli Dei, Nostra Ava, Colei che porta una gonna di serpente, Serpente donna, nostra Madre veneranda. L' iconografia, le sculture, i manoscritti ed i poemi religiosi le mostrano sia con attributi guerrieri coronate di piume d' aquila, dipinte col sangue di serpente, sia, in quanto dee della vegetazione, nel divino campo di mais che attirano la pioggia con i campanellini magici. Insieme terribili e venerande, esse rappresentavano la terra che assorbe il sangue ed i cadaveri dei sacrificati. Gli Aztechi avevano importato alcune di queste dee dai popoli vicini di nord-est, gli Huaxtechi: queste erano Tlazolteotl, dea dell' amore, e le sue quattro sorelle.Itzpapalotl (Farfalla di ossidiana) al contrario, si caratterizzava come una divinità delle steppe del nord, associata ai Mimix-coa, serpenti delle nuvole, costellazioni del cielo settentrionale. Illamatecuhtli, raffigurata come una vecchia, era una dea stellare. Nel cielo dell' ovest risiedevano le Donne Divine, dette anche Le Principesse, e sempre a dovest si trovava il misterioso giardino Tamoanchan, luogo di declino, in cui scompariva il sole, ma sorgente di vita dispensata dalla fecondità delle Dee-Madri.
 Di tutti gli dei conosciuti nell' antichità classica azteca, Quetzalcoàtl ha subito più trasformazioni. Il Serprnte Piumato non simboleggiava più le forze telluriche e l' abbondanza di vegetazione. Dio del pianeta venere, che è al tempo stesso stella del mattino e della sera,  egli corrispondeva assieme al gemello Xolotl (dio-coyote), al concetto di morte e resurrezione. Signore della Casa dell' Aurora, dio del vento, inventore della scrittura, del calendario, delle arti, confuso nei miti con il  re-sacerdote di Tula, Quetzalcoàtl restava legato nel pensiero religioso degli indios messicani all' età dell' oro tolteca. Egli era il dio dei sacerdoti per eccellenza.

Particolarmente celebrate erano le divinità del mais. In primo luogo abbiamo Chicomecoatl, detta anche dea delle sette spighe. Si immaginava che il vecchio mais partiva da Tamoanchan e, dopo un viaggio sotterraneo durante il quale era guidato dal dio della pioggia, ritornava ad est sotto la forma di Xilonen (da xilotl, giovane pannocchia di mais) e di Cinteotl (dio-mais). Questi giovani dei del mais erano associati agli dei della giocinezza, del canto, della musica e dei giochi, Xochipilli (principe dei fiori)e Macuilxochitl (Cinque Fiori). Tutta una mitologia graziosa e sorridente rappresentava queste divinità, in contrasto con il tono generale, cupo e sangunario, della cultura ideologica azteca.
 Entrando in contatto coi popoli della laguna di cui avevano condiviso il modo di vivere, gli aztechi avevano anche adottato i loro dei: Opochtli il mancino, divinità di Churubusco, Atlaua, Amimitl. Allo stesso modo, ma  questa volta al contatto con tribù di agricoltori, adottarono il culto di piccole divinità  locali, di villaggio, che presiedevano ai banchetti che celebravano i buoni raccolti. Poichè la Luna (alla quale non si rendeva alcun culto particolare) sembrava portasse sul suo disco la forma di un coniglio, e poichè si attribuiva a questo astro la crescita delle piante, e siccome d' altra parte i banchetti terminavano con grandi bevute, i Conigli erano diventati dèi dell' octli e dell' ebbrezza. Li si diceva innumerevoli (che significa il numero 400), perchè ci sono innumerevoli forme di ebbrezza: a ciascuno il suo coniglio, ossia a ciascuno il suo modo di ubriacarsi, affermava un proverbio popolare. Questo gruppo di dèi, fra i quali Ometochtili (Due-Coniglio), Tepoztecal (Quello di Tepoztlàn, borgata delle Torri Calde), aveva a Mexico 400 preti addetti al suo culto, il capo dei quali portava il titolo di Ometochtli.

Alcune delle divinità già citate, ed altre ancora, si collegavano a questa o quella classe della popolazione, a questa o quell' altra corporazione. Si può segnalare innanzitutto Xipe Totec, dio degli orefici, importato dal popolo yopi (un popolo stanziato fra Arizona e Messico, che è stato, finora, molto sottovalutato dal punto di vista antropologico, n.d.a.) e Yiacatecuhtli, dio dei commercianti, protettore delle carovane. Coatlicue proteggeva i fiorai; Teteoinnan, Madre degli Dèi, era la dea dei medici e delle sagge donne; Tzapotlatena era la dea dei mercanti di resina medicinale; Chalchiuhtlicue, quella dei portatori d' acqua. I pescatori ed i cacciatori di uccelli acquatici invocavano Opochtli, Atlaua ed Amimitl, i fabbricanti di stuoie e di seggiole in vimini un piccolo dio acquatico detto Napatecuhtli. Xochiquetzal assicurava la sua protezione ai tessitori ed ai cortigiani, Uixtociuatl ai salinieri, Chicomexochitl ai pittori ed agli scribi, Tlamatzincatl e Izquitecatl ai venditori di octli, Coyotlinaual agli artigiani specializzati nel mosaico di piume, Cinteotl ed altri tre dèi ai cesellatori.
 C' era un dio dei banchetti, Omeacatl: questi, se pensava che il padrone dio casa non gli avesse reso il giusto omaggio, si vendicava facendo apparire dei capelli nei piatti. Un altro dio, il Piccolo Nero, aveva la specialità di far guarire i bambini malati. Le dee Quato e Caxoch erano invocate contro il mal di testa, mentre Temazcalteci vegliava sull' efficacia dei bagni di vapore.
 In breve, in questo grande pantheon, in cui si incontravano divinità antiche e recenti, terrestri ed astrali, agricole e lacustri, tolteco-azteche ed esotiche, tribali e corporative, tuttel le forme dell' attività umana derivavano da una potenza soprannaturale, dal comando delle armate alla confezione dei tessuti, dalla medicina all' amore, dal sacerdozio alla fabbricazione di stuoie, dall' oreficeria alla pesca.

lunedì 26 marzo 2012

COLTIVAZIONE DI CANNABIS PER RISANARE I CONTI DEL COMUNE

Succede in Spagna, a Rasquera, un paese di 900 abitanti in Catalogna. Complice la crisi, le casse del Comune sono vuote. Non ci sono più i soldi nemmeno per la nettezza urbana. Così il sindaco, trovando l’appoggio dell’opposizione e della cittadinanza, decide di appaltare i terreni a una associazione che coltiva marijuana per scopi terapeutici o di autoconsumo. Incasso per l’amministrazione: 36.000 euro alla firma del contratto e 550.000 euro all’anno. Ma il governo del Partito Popolare, liberista in economia, ma proibizionista quanto a morale, si oppone.

La Spagna come la California, si è detto tante volte, per il suo clima costiero generoso nel dispensare sole e spiagge agli intirizziti continentali, ma anche per la somiglianza di due crisi immobiliari che hanno messo in ginocchio le rispettive economie. La California, però, non ha un debito sovrano, mentre il Paese iberico deve fare i conti con i severi parametri di Bruxelles, oltre che con agenzie di rating e investitori mondiali scettici. Succede così, che di manovra in manovra, siano sempre di più i municipi, grandi o piccoli, che non sanno più come fare per finanziare i servizi di base. Ecco allora che a qualcuno viene in mente di costruire un mega casinò, con leggi speciali proprie di un’enclave franca, nei pressi di Madrid o Barcellona, con il denaro di un magnate di Las Vegas. Ma le idee non mancano e se in uno sperduto paesino della Mancha gli abitanti del luogo hanno festeggiato l’arrivo di un cimitero di scorie nucleari, portatore di fondi europei e posti di lavoro, altri hanno pensato ad un modo più redditizio per far fruttare ampie terre poco utilizzate.
In un appartato paesino della provincia di Tarragona, al sud della Catalogna, assistiamo da alcuni giorni ad un inedito groviglio di interessi, materiali o etici, a seconda del caso, attorno ad una piantagione di marijuana. Siamo a Rasquera, un centro agricolo di poco più di novecento abitanti, che ha deciso di far fronte alla crisi con una controversa inziativa: cedere dei terreni a un’associazione antiproibizionista per la coltivazione della cannabis. E, lo diciamo subito, non si tratta di una boutade improvvisata, ma di un’iniziativa serissima con un importante appoggio legale, che ha suscitato però un immediato contrasto delle autorità di governo in tema di salute pubblica.
Bernat Pellissa, il sindaco di Rasquera, di Esquerra repubblicana, lo storico partito della sinistra indipendentista catalana, ha trovato in questo caso l’appoggio dell’opposizione e il sostegno della cittadinanza. I numeri, del resto, parlano chiaro: nelle casse municipali non ci sono i soldi neanche per pagare il servizio di raccolta dei rifiuti e il progetto portato avanti con ABCDA, l’associazione barcellonese interessata alla coltivazione di cannabis per l’autoconsumo, porterebbe inmediatamente 36.000 euro per la firma del contratto e 550.000 euro all’anno per l’affitto delle terre e la copertura di eventuali spese legali derivate dalle incognite giuridiche del progetto. Un bel colpo per il Comune, oltre ai 50 posti di lavoro che si creerebbero attorno alla piantagione che diventerebbe così il fornitore principale degli oltre 5.000 soci dell’associazione promotrice. Ma il codice civile spagnolo parla chiaro: è vietata la coltivazione, l’elaborazione e il traffico di droga, sebbene, di fatto, la Spagna sia ai primi posti al mondo per il consumo pro capite ed esistano già, specie nei Paesi Baschi, pratiche associative che convivono con la legge.
Ma questa volta, se non saranno le posizioni etiche o le azioni legali a prevalere, la ragione economica potrebbe averla vinta. Tanto più che a sostenere la depenalizzazione del consumo delle droghe leggere si sono levate in questi ultimi anni voci autorevoli di importanti economisti.
E il primo a pensarci, con una clamorosa presa di posizione in pubblico, fu niente di meno che Milton Friedman, che nel suo libro Free to choose appoggiò la legalizzazione della marjuana, seguito da 500 economisti che firmarono un appello al congresso americano. Le ragioni addotte sono varie e tutte hanno a che vedere con il fallimento delle attuali politiche di criminalizzazione delle droghe. I benefici sarebbero molteplici: la lotta al crimine organizzato, che ha nel narcotraffico uno dei suoi pilastri, la riduzione dei comportamenti violenti legati all’attuale sistema di produzione e vendita, una maggiore sicurezza socio-sanitaria rispetto al consumo e, naturalmente, introiti per le casse pubbliche.
La Spagna come la California, si era detto, dove in effetti fin dal 1996 fu approvata con un referendum la coltivazione e il possesso di marijuana per scopi terapeutici e dove, dal 2009, va avanti il dibattito per una completa liberalizzazione, che si è esteso poi ad altri Stati. Le imposte sul consumo, con addizionali ad hoc come per tabacco e alcol, e le licenze ai produttori e rivenditori, fanno leva sulla necessità di abbattere il deficit e le previsioni di introiti, a cui si sommano i risparmi derivati dalla lotta al traffico di marijuana, parlano di 1,3 miliardi di dollari all’anno per la sola California (dati: Agenzia delle entrate della California). E se le associazioni iberiche che lottano per la depenalizzazione rivendicano anche il fattore meramente ludico, di scelta personale, insomma, potrebbero dunque avere come maggiore alleato i dissestati conti pubblici del Paese. Perché se il progetto di Rasquera trovasse la via legale per andare avanti, evidentemente, si moltiplicherebbero i casi di questo tipo.
La partita è aperta e il governo del Partito Popolare si troverà a dover conciliare le due anime che lo compongono: quella più liberal, che ispira la sua politica economica, e quella più conservatrice e cattolica rispetto ai comportamenti e alle scelte individuali.

sabato 10 marzo 2012

MAGIA MENTALE-->IL FONDAMENTO DEGLI "ISMI" MODERNI

Sono pienamente a cognizione del fatto che molte ingegnose teorie sulla magia mentale sono state messe in campo da scrittori moderni per poterne spiegare i fenomeni. Ma tutti gli studiosi di questa materia sanno bene che queste teorie, per quanto abilmente concepite, sono più o meno contraddittorie, e numerosi lettori si sono estraniati con disgusto da tale ricerca dopo un vano tentativo di conciliare le divergenti opinioni. E, peggio ancora, sono sorti vari culti, sette ed ismi, i cui promulgatori e dirigenti hanno fatto uso della fenomenologia mentale per edificarvi sopra i propri castelli religiosi, filosofici e metafisici.
 Molti di questi culti hanno praticamente preteso il monopolio della forza naturale, noncheè il diritto di essere gli unici guardiani dei segreti di questa, asserendo di essere solo essi nella realtà, e tutti gli altri dei bassi imitatori, per quanto tutti dimostrino di essere giunti perlomeno ad una nozione di lavoro della forza stessa ed abbiano ottenuto dei risultati (pervenuti pressappoco ad una stessa percentuale di successi; benchè ciascuno neghi all' altro il possesso di una sufficiente cultura attorno a tale energia, ed il diritto di usarla. Non risulta evidente ad ogni osservatore intelligente che tutti si servono della medesima grande forza naturale, malgrado le contrastanti teorie, e che i risultati sono ottenuti a dispetto delle teorie piuttosto che in conseguenza a queste?

"Quello che aveva presentato come un problema da risolvere era un
vero e proprio enigma. Non avevo nessuna idea di come cominciare e
neppure di quello che aveva in mente. Diverse volte chiesi un indizio, o
almeno un suggerimento, sul come procedere per individuare un punto in
cui sentirmi forte e a mio agio. Insistei e insinuai che non avesse nessuna
idea di ciò che intendeva véramente perché io non potevo concepire il
problema. Mi suggerì di camminare intorno al portico finché non trovassi
il posto.
Mi alzai e cominciai a misurare il pavimento a passi lenti. Mi sentivo
stupido e mi sedetti davanti a lui.
Don Juan cominciò ad arrabbiarsi e mi accusò di non dargli retta,
suggerendo che forse non volevo imparare. Dopo un poco si calmò e mi
spiegò che non tutti i posti erano buoni per sedere o stare, e che nei limiti
del portico c'era un solo posto che era unico, un posto in cui avrei potuto
stare a mio perfetto agio. Distinguerlo da tutti gli altri posti era compito
mio. Il concetto generale era che io dovevo 'sentire' tutti i possibili posti
che fossero accessibili fino a che potessi determinare senza ombra di
dubbio quale fosse quello giusto."
                                                                Carlos Castaneda. A scuola dallo stregone.

Forse il miglior modo si iniziare il nostro esame della materia di cui si tratta sarebbe quello di rivolgere la nostra attenzione alle definizioni etimologiche delle due parole che formano il titolo di queste lezioni: magia mentale. E' sempre cosa buona ricorrere al dizionario allorchè si intraprenda la disamina di qualche argomento, poichè, così facendo, si giunge a formarsi un' idea dello spirito con cui il popolo usò in principio questi termini, dando al proprio pensiero, riguardo a ciò, una base solida e sicura. Ci si pone, in tal guisa, nella posizione di colui che ci pensò su la prima volta, e si ha il vantaggio che deriva sempre dal possesso di un nuovo pensiero che sgorga dai più intimi recessi della mente. In altre parole ci si forma un' idea libera dalle escrescenze che si attaccano posteriormente ad essa.
 L' aggettivo mentale deriva dalla parola latina mens, mente, e significa della mente o appartenente alla mente. Le definizioni di mente sono spesso vaghe ed imperfette, e ciò è comprensibile, poichè gli uomini non conoscono la vera e propria natura della mente, e possono definirla solo in funzione dei suoi stati. Forse, una fra le definizioni più chiare è questa: per mente intendiamo semplicemente ciò che percepiamo, pensiamo, desideriamo e vogliamo.

Il primo termine di magia deriva dalla parola persiana mag, che significa prete. I preti persiani erano operatori di miracoli o Magi, con il cui vocabolo viene designata la casta ereditaria dei preti dell' antica Persia e Media.
 Quest' ordine di Magi, o culto esoterico del sacerdozio di Zoroastro, rappresentava il centro dell' antico occultismo in quel periodo della storia del mondo, e la sua influenza fu sentita in tutte le parti del globo, ed ancora oggi continua a farsi sentire. I suoi membri godevano di tanta reputazione ed erano talmente rispettati da rendere i termini Sapienti e Magi sinonimi. I tre Re Magi che compaiono al momento della nascita di Gesù erano noti come Magi o Sapienti provenienti dall' Oriente.
 Dalla parola Magi derivò il termine magia., che Webster definì nel modo seguente:
"Scienza occulta che si credeva essere posseduta dai Magi, e che rifletteva le forze oscure della natura; dominio delle potenze segrete della natura, con spiegamento di straordinarie proprietà che vanno aldilà della potenza umana....."
Possiamo dunque attribuire alla parola magia questo significato: Dominio delle forze occulte della natura. Lo stesso termine indica l' esistenza di tali forze, nonchè la possibilià di dominarle o controllarle
 

mercoledì 7 marzo 2012

PIANTE E SOSTANZE ENTEOGENICHE: K-CEREMONY

Come accennato nell' articolo introduttivo, dedicheremo una consistente parte di questo blog all' approfondimento delle erbe o delle sostanze psicoattive, in grado di modificare le percezioni sensoriali e favorire quindi l' ispezione enteogenica (del proprio io) oppure esogenica (delle realtà aldifuori del proprio corpo e della propria mente, e tuttavia impercettibili sul piano materiale). Sebbene i più esperti psiconauti possano entrare ed uecire a piacimento dalle loro trance senza uso di sostanze, le stesse sono necessarie, quendo si voglia intraprendere un viaggio psichico da parte di chi non è addentro alle tecniche di esplorazione extrasensoriale.

Ma è doveroso fare delle raccomandazioni:

1)Qualsiasi sostanze, che sia essa una pianta spontanea o una molecola creata in laboratorio, va presa con la massima cautela e moderazione. E sopratutto, evitare di sperimentare una nuova sostanza da soli. Ed anche quando si assumono sostanze enteogene in gruppo, sincerqarsi di usare tutti la medesima sostanza e che almeno un componente del gruppo, che già conosce gli effetti della sostanza che si va ad usare, si astenga dall' assunzione, in modo da poter svolgere la funzione di sitter, ossia colui che veglia sui compagni in trance ed intervenga qualora le cose si vadano a mettere male per qualcuno


2)Le sostanze enteogeniche non vanno prese con leggerezze, giusto per il piacere di "sballarsi". Questo blog non è una guida per chi cerca ebbrezza a buon mercato. se siete dei volgari "fattoni" alla ricerca di nuove esperienze, compratevi una bottiglia di alcool ed abbandonate questo blog: non fa per voi. Questo è un blog di studio, non si ricerca il volgare piacere, l' abbruttimento, ma la conoscenza e l' esplorazione della forza sottostante.


3) Proprio riguardo la forza sottostante, vi consiglio di rileggere il precedente articolo sulla magia mentale: qualsiasi fenomeno che descriveremo, sia che sia causato da sostanze psicotrope, sia da tecniche meditative, che sia la descrizione di un rito yaqui, piuttosto che huna, o paleocristiano, o celtico, o voudù, ricordate questo: può cambiare la forma sotto cui si manifesta il potere mentale, ma il principio è uno solo: quello che abbiamo accennato, e che tratteremo ampiamente, nelle lezioni sulla magia mentale, e non fatevi ingannare neanche dal termine magia, poichè i fenomeni che andremo a trattare, per quanto incredibili, sono scientificamente e razionalmente spiegabili, ed è proprio quello che faremo in questo blog: spiegheremo l' inspiegabile, e sbugiarderemo tutti i falsi santi, ciarlatani e stregoni che, nel corso dei secoli, e tutt' oggi, assoggettano alla loro volontà altre persone mediante l' uso coscienzioso di questi fenomeni psichici.



Ricordate sempre le parole scritte in corsivo. E quando quello che scriverò potrà sembrarvi assurdo (tratteremo presto di fenomeni che potrebbero sembrare tali, come lo spiritismo) rileggete i tre punti in corsivo, e sopratutto, prestate attenzione particolare alle lezioni sulla magia mentale, poichè è lì la chiave di tutto. Ad ogni modo, mi preoccuperò io stesso di riprendere i tre punti che vi ho accennato ogni qualvolta sarà necessario tenere i piedi ben piantati per terra.


Oggi cominceremo col descrivere gli effetti di una sostanza non troppo pesante, una sostanza che si può legalmente acquistare e tenere, in Italia. Fa parte della categoria delle smart drugs, le droghe furbe, ossia  sostanze che contengono vitamine, farmaci, estratti vegetali, efedrina, caffè e altre sostanze, capaci di di aumentare le potenzialità cerebrali di chi le assume.

Queste "droghe“, secondo il racconto di chi le ha provate o di chi abitualmente le utilizza, dovrebbero:aumentare la capacità di pensareaumentare la capacità di apprendimento e la memoriarallentare o addirittura prevenire l'invecchiamento del cervello e conseguentemente delle sue funzioni vitali.
Possono essere sotto forma di pastiglie, polvere oppure liquide e hanno sia un'origine naturale che di sintesi.

Le sostanze enteogeniche vennero definite da Carlos Castaneda, nella sua serie di saggi antropologici sul suo apprendistato di sciamano presso il vecchio stregone yaqui don Juan, con il nome di alleati. Ed è con questo termine che le chiameremo anche noi.

L' alleato di cui tratteremo oggi è la K-CEREMONY.  La K-Ceremony è un rilassante ricavato da una pianta dell'Oceano Pacifico, conosciuta come "bevanda della pace“, viene utilizzata per ottenere uno stato di spensieratezza e per cercare un contatto con se stessi e con gli altri.
K-Ceremony non è altro che il nome commerciale del KAVA KAVA (piper methisticum), ossia una pianta utilizzata da millenni dalla popolazioni degli arcipelaghi polinesiani per preparare, appunto, un infuso dalle straordinarie proprietà rilassanti. Fino alla fine degli anni '90, era facilmente reperibile in tutte le erboresterie italiane, prima di essere ritirato dal commercio a causa di alcuni consumatori che rischiarono il coma, probabilmente dopo averlo associato incautamente con altri depressori del sistema nervoso centrale.
La kawa-kawa, o Piper methysticum, è una pianta della famiglia delle Piperacee, e cresce nell'area della Polinesia, delle isole Sandwich e in generale nelle Isole dei Man del Sud; è un arbusto di cui si utilizza soprattutto la radice, o sotto forma di te o tradizionalmente, masticata e sputata in una ciotola di latte di cocco. Solitamente questa droga si prepara mescolando g 30 di radice essiccata e polverizzata, mescolati con due cucchiai di olio di cocco, uno di lecitina, e tre litri di acqua o di latte di cocco. In piccoli dosi la kawa-kawa produce uno stato di leggera euforia; in dosi più alte estrema rilassatezza, letargia e sonnolenza e intorpidimento degli arti inferiori e poi sonno; alcune volte si presentano allucinazioni visive e auditive che svaniscono dopo un paio d'ore. I primi a scoprire questa droga furono i grandi navigatori del Settecento. Alessandro Malaspina, a Vanuatu, si vide offrire la "cava", e, pur sapendo degli effetti che avrebbe prodotto a lui e al proprio equipaggio, e pur disgustato dalla preparazione (che in questo caso era appunto quella del masticamento) accettò assieme agli altri di berla, e non gli accadde nulla. Questo problema è stato discusso a lungo, e pare che si tratti essenzialmente di un problema, più che di razza, di abitudine alla sostanza, dal momento che i suoi effetti sono "accumulabili" solo con l'abitudine del corpo alla sostanza in questione. I missionari fecero in seguito il possibile per far diminuire il suo uso, e parzialmente ci riuscirono, ma la kawa-kawa continuò in questo senso ad essere usata soprattutto in occasione di festività; nelle isole Tonga, ad esempio, il suo uso è limitato agli uomini; nelle Samoa viene offerta, dopo un'invocazione agli dei, nelle grandi feste della collettività, mentre nelle isole Figi segue un rito particolare, per cui il processo della masticatura è appannaggio delle ragazze.

Le preparazioni fatte con la radice fresca sono molto più potenti di quelle che usano la radice essiccata, che risultano più rilassanti che inebrianti. Il Kava rilassa i muscoli e causa pruriti o intorpidimenti fisici e rallentamento dei riflessi senza alcuna perdita di lucidità mentale.
In Germania vengono prodotti preparati con Kava di alta qualità, usati come calmanti e sonniferi. Sono diversi dalla Valeriana perchè producono una piacevole ebrezza e sensazioni di rilassamento fisico. Sono pure disponibili Kava secco in polvere, pillole e in grosse scaglie. Viene usato anche per preparare un té rilassante; la radice masticata addormenta la bocca e rilassa.
Si possono assumere pastiglie contenenti da 40 a 70 mg di kavalattoni, o kavapironi, gli ingredienti attivi, ma non bisogna superare i 300mg al giorno, dato che dosi superiori possono dare effetti intossicanti non piacevoli: questa non è la radice fresca che usano i Polinesiani!
Il livello di ansietà potrebbe iniziare a diminuire dopo una settimana dall´inizio dell´assunzione, ma l´effetto massimo solitamente non compare prima di quattro-otto settimane. Bassi dosaggi di Kava sono solitamente sicuri, ma anche questi dovrebbero essere evitati in caso di gravidanza e allattamento o se si assumono alcol, tranquillanti e sedativi da prescrizione, farmaci per il morbo di Parkinson (levodopa). Viene anche usato come sostituto naturale dei ´calmanti´ di sintesi, che spesso danno dipendenza. Un suo uso prolungato e abbondante provoca un ingiallimento della pelle che però sparisce in breve interrompendo l´assunzione. Può anche causare disturbi -pure reversibili- alla pelle e agli occhi.

Il Kawa presente sul mercato occidentale, la k-ceremony, appunto, viene smerciato sotto forma di capsule contenenti 140 mg di kawa standardizzato al 55%, in confezioni da 8 capsule. Per ottenere gli effetti desiderati (ricordando quello scritto sopra, e cioè che, le prime volte, potrebbe addirittura non fare effetto) si assumano da due a quattro capsule con abbondante acqua. EVITARE ASSOLUTAMENTE LA COINGESTIONE DI ALCOOLICI, ANSIOLITICI O TRANQUILLANTI E QUALSIASA ALTRA SOSTANZA PSICOATTIVA. C' è chi usa assumerlo in concomitanza di eccitanti, quali la sida cordifolia, ma, come detto prima, noi non caldeggiamo questi usi concomitanti di psicoendogeni, poichè ogni sostanza, ogni alleato, ha una sua precisa funzione nel raggiungimento di nuove percezioni. I miscugli servono solo a creare confusione ed una ebbrezza inutile, oltrecchè pericolosa.

Oltre che per i suoi effetti psicotropi, il Kawa è usato anche per preparati medico-galenici:
l' effetto sul sistema nervoso è inizialmente stimolante, quindi depressivo, finendo con la paralisi dei centri respiratori. L'azione irritante e l'insolubilità della resina ha limitato il suo uso come anestetico locale, ma per oltre 125 anni le radici di kava sono state trovate efficaci nel trattamento della gonorrea acuta e cronica, nelle vaginiti, leucorrea, incontinenza notturna e altri disturbi del tratto genito-urinario. Nell'azione locale somiglia al pepe. Una resina al 20% di olio di Kava in olio di sandalo, chiamata gonosan, è usata internamente per la gonorrea. Essendo un anestetico locale esso allevia il dolore ed ha un effetto afrodisiaco; ha anche un effetto antisettico sulle urine. E' un forte diuretico ed è utile per la gotta, reumatismi, bronchiti ed altri disturbi.

Torneremo in futuro a parlare del Kava Kava soffermandoci sulla sua funzione etno-antropologica e sull' uso che ne viene fatto nella sua terra d' origine. Benchè il Kava Kava non sia una pianta ad  esclusivo appannaggio degli sciamani, bensì, come scritto sopra, sia usata in cerimonie popolari dagli indigeni polinesiani ed hawaiani, sarà interessante analizzare il legame che c' è fra questi popoli e la pianta, e le porte che la medesima pianta è in grado di aprire a chi sappia accostarsi ad essa con consapevolezza e rispetto.