Il caffè in realtà non è una pianta enteogenica, nonostante il suo alcaloide principale, la caffeina (contenuta, tra l' altro, anche nel guaranà) espleti la sua funzione a livello del sistema nervoso. Non produce mai, salvo rarissime e patologiche eccezioni, stati alterati di coscienza, tuttavia, essendo un eccitante, può rendere la mente più lucida.
Uno dei più grandi scrittori mai esistiti, Edgar Allan Poe, procurava a sè stesso degli stati di coscienza alterati bevendo smodate quantità di caffè ed alcool.
Non staremo qui a discutere delle proprietà organolettiche e delle varie qualità di caffè, ma analizzeremo le sue proprietà sulla psiche. Anche se, come detto, non produce stati alterati di coscienza, alcuni psiconauti dediti alla tecnica del sogno lucido, usano bere molto caffè prima di addormentarsi, onde favorire questa pratica di sogno.
Negli ultimi due secoli poche sostanze sono state tanto studiate dal punto di vista clinico quanto il caffè.
Nessuno ha dimostrato che faccia male.
Tante ricerche dimostrano invece gli effetti benefici del caffè e del suo principale composto attivo: la caffeina.
Già attorno al 1500 i saggi Sufi yemeniti bevono caffè per tenersi svegli durante le preghiere. Quando, agli inizi del 1600, il caffè comincia a diffondersi in Europa, lo si considera alla stregua di un medicinale.
La caffeina, scoperta a inizi ’800 in Germania dal giovane medico Ferdinand Runge, motivato da un incontro con Johann Wolfgang Goethe, stimola il sistema nervoso centrale, tiene desta l’attenzione e alto l’umore. Aiuta la respirazione e la digestione. Attenua il senso di fame e quindi può essere un aiuto nelle diete.
Alcuni studi suggeriscono che una tazzina di caffè solleva un po’ dai sintomi dell’emicrania.
Gli studi più recenti hanno sfatato alcune vecchie credenze: in dosi ragionevoli il caffè non disturba il sonno né fa male al cuore. Può anzi concorrere all’azione preventiva di alcune importanti patologie (morbo di Alzheimer e morbo di Parkinson).
Il caffè contiene anche sostanze antiossidanti, che contribuiscono a eliminare i radicali liberi. Il gusto, insomma, va d’accordo con la salute.
Se il caffè è un espresso, ancora di più: è la preparazione che unisce il maggior gusto e il minor contenuto di caffeina.
Tra le miscele, quelle con il 100% di pura Arabica hanno un tenore medio di caffeina intorno all’1,3%, contro quasi il doppio delle miscele di Robusta.
Una leggenda etiope narra la scoperta del caffè. In realtà questa leggenda, ha molte similitudini con la scoperta di un' altra pianta stimolante: il khat. Persino i luoghi (Yemen) e le dinamiche con cui si narra la scoperta di tali piante, coincidono.
Nello Yemen e in Etiopia si è tramandata una leggenda sulle origini dell’uso umano del caffè che ha per tema l’osservazione da parte di un pastore – in molte versioni di nome Kaldi – dell’agitazione delle sue capre dovuta al fatto che si erano nutrite di foglie e bacche della pianta del caffè. Questa leggenda sembra essere stata raccontata per la prima volta in Europa nel 1671 dal frate maronita Antonio Fausto Naironi. Di seguito una versione riassuntiva moderna:
Migliaia e migliaia di anni fa, certi pastori copti dell’altipiano di Caffa in Etiopia, si accorsero che le loro capre, oltre ad essere più ostinate, caparbie, cocciute del solito, erano anche molto nervose, si adombravano per un nonnulla, partivano a testa bassa contro chiunque si avvicinasse loro. Anche nel branco regnava una grande inquietudine, contrassegnata da un continuo cozzar di corna. Ma quello che ai pastori sembrava ancor più grave era il fatto che, giunta la sera, quando ricoveravano le capre nelle stalle, gli animali erano sempre irrequieti e non si riposavano. In piena notte erano ancora tutti svegli.
Non riuscendo a capacitarsi dell’insolito fenomeno, i pastori dell’altipiano etiopico si rivolsero a un monastero ed esposero il fatto a un vecchio e saggio monaco, il quale domandò se per caso i pastori negli ultimi tempi non avessero cambiato pascolo e se le capre non avessero brucato qualche pianta alla quale non erano abituate.
Il monaco ci aveva visto giusto. Ispezionando i nuovi pascoli, i pastori si resero conto che le capre brucavano le foglioline e i semi di certi alberelli sconosciuti sui quali agilmente si arrampicavano e che erano quelle foglie e sopratutto quei semi, che provocavano tanta agitazione nelle bestie che se ne nutrivano. Portati al convento, i semi furono esaminati, sottoposti a numerosi esperimenti, e quando furono anche abbrustoliti sul fuoco, macinati e versati nell’acqua calda, i monaci si accorsero che l’infuso scuro prodotto da questa lavorazione, li rendeva molto agitati ed eccitati, turbava la loro serenità convenutale e, quando giungeva la notte, i religiosi stentavano a prender sonno.1
In alcune versioni il o i pastori che si accorgono del comportamento bizzarro delle capre per via del caffè non provano su se medesimi gli effetti della pianta, bensì delegano la scoperta a dei monaci o altri tipi di personaggi ritenuti saggi, ai quali raccontano l’accaduto. E’ il caso, ad esempio, di questa versione del medico bolognese Angelo Rambaldi, pubblicata nel 1691 (pp. 15-16):
In Iamen, ò fij Ayman, che vuol dire Arabia Felice, querelandosi un giorno un Guardiano di Capre, e Cameli con certi Monaci Christiani chiamati in quell’idioma uno Sciadli, e l’altro Aydrus, perché i suoi armenti in quella Contrada tutta la notte vigilando, e saltando strepitassero, svegliò la curiosità dell’Abbate ad investigare la cansa, & osservato, che giunti a certi pascoli con tutta avidità correvano à divorare certo frutto d’arboriscelli dà loro, che scrivono senza vocali, chiamato Bnn, che noi diressimo Bun per veder se havesse indovinata la causa, ne fece la decottione, quale data à bevere à suoi Monaci osservò, che li teneva tutta la notte desti, e pronti ad assistere a Divini Uffizi, onde divulgato tale effetto, e da molti posti in uso, trovatosi, che non solo teneva svegliato senza alcuna diminuzione di forze, ma che à tutti corroborava lo stomaco, asciugava le cataratte….
Louis Lewin2 aggiunge che la bevanda “fu chiamata kahweh, cioè ciò che eccita, o ciò che toglie la voglia di mangiare”.
La leggenda del pastore Kaldi può ben riflettere un evento etnostorico in cui un uomo scoprì l’associazione esistente in natura fra la pianta del caffè e l’assunzione da parte delle capre di questa pianta; i dati etologici suggeriscono che l’assunzione della pianta e l’ottenimento del conseguente effetto stimolante sia intenzionale nelle capre (si veda Le capre, il caffè e il khat). Mantegazza riporta che in alcune versioni della leggenda di Kaldi gli animali protagonisti della scoperta umana del caffè sono dei cammelli e non delle capre.3
Nella seguente versione, riportata in uno dei primi trattati a stampa dedicati al caffè,4 è presente il tema dell’iniziale rifiuto e condanna della nuova droga da parte dei sistemi istituzionali vigenti:
Kaldi, notando effetti eccitanti sul suo gregge che brucava tra le bacche rosse e brillanti di un lucente arbusto verde, provò egli stesso a masticarne il frutto. La sua eccitazione lo persuase a recare le bacche a un santone islamico in un monastero. Ma il religioso ne condannò l’uso e le scaraventò nel fuoco, donde si sprigionò un aroma allettante. I chicchi abbrustoliti furono subito strappati alle braci, sbriciolati e dissolti in acqua calda, per ricavarne la prima tazza di caffè.
In una versione riportata da Ernst von Bibra nel 1855 (p. 3) si trova il tema della dicotomia, tutta islamica, fra inebriante concesso e inebriane vietato, fra caffè e vino d’uva; il pastore è un derviscio:
Nella valle dello Yemen nel mezzo dell’Arabia Felice viveva un povero derviscio che di frequente notava una sorprendente vivacità nelle sue capre quando tornavano dal pascolo alla sera. Con lo scopo di scoprire la ragione del comportamento degli animali, un giorno egli si mise fra di loro e vide ch’esse gustavano le foglie, i fiori e i frutti di un albero che non aveva mai notato prima. Egli fece l’esperimento su di se e, avendo mangiato le foglie e le bacche, andò in un siffatto buon umore che i suoi vicini sospettarono erroneamente ch’egli avesse bevuto del vino, a loro proibito. Mostrando la sua scoperta ai suoi avversari, suscitò rimorso nel restituire bene per male. Per ora essi videro chiaramente che Allah aveva inteso il caffè per ricompensare la loro fedeltà nel rispettare il divieto del succo d’uva.
Secondo un’altra leggenda, sempre un pastore portò all’attenzione di un priore di un monastero persiano che aveva notato una particolare vivacità nelle sue capre dopo ch’esse avevano mangiato foglie di caffè. Il priore diede ai suoi frati le foglie e i frutti da provare, a i frati, prima letargici e pigri durante i loro compiti devozionali notturni, ora erano diventati animati e di buon umore svolgevano i loro esercizi spirituali.
La prima versione della leggenda di Kaldi riportata in Europa da Naironi nel 1671, fu riportata in versi nel 1781 dall’italiano Lorenzo Barotti; in questo caso il pastore, dopo aver notato l’associazione fra il comportamento bizzarro delle sue capre e la pianta del caffè, si rivolge a un saggio conoscitore delle piante, che lo tranquillizza sul destino delle sue capre, che recupereranno in breve tempo, e che gli confessa che anch’egli utilizza quella pianta per stare sveglio durante i suoi studi notturni:
Sappi adunque, che un arabo pastore
Col gregge uscito, appena era il dì fatto,
Fosse vaghezza sua, o fosse amore,
Che lo avesse di sè fuor tolto affatto,
Dai noti campi qua e là molt’ore
Errando si scostò non piccol tratto,
Finchè a un prato arrivò verde ed ombroso,
Che al gregge offria buon pasco, e a lui riposo.
Era il pratel quasi da siepe a tondo
Da piante di caffè cinto e difeso,
Che sotto il frutto avean già secco, e mondo
Giù tirato da venti, o dal suo peso:
Là non n’era il terren così fecondo,
Come altrove solea, se il vero ho inteso:
Certo non par da quello che successe,
Che il Pastor del caffè notizia avesse.
Egli lasciate ad agio loro intorno
Andar le capre non ancor satolle,
Sentendo che oramai salito il giorno
Era all’altezza in che l’aria più bolle,
Al piede si sdrajò d’un antiquorno,
Che dal sol ricopra l’erbetta molle;
Gli alti silenzi del soligno loco
Su gli occhi il sonno gli chiamar tra poco.
Non si svegliò che in questo ed in quel lato
Il trifoglio cercando, e il timo olente,
Avean le capre a’ margini del prato
Già del caffè trovata la semente,
E adescate all’odor vivido e grato,
Con molta avidità messovi il dente;
Ma il nuovo cibo, di che far sì ghiotte,
Forte le travagliò tutta la notte.
Il pastor dopo un pezzo se ne accorse
A’ lo belati, e al non chetarsi mai;
Quindi dal letticciuol subito sorse
Che a mezzo il giro era la notte omai,
E al pecoril vicin col lume corse.
Per esse, e più per sè temendo assai;
Colà guatò, cercò, le paglie scosse,
Che credea che appiattato alcun vi fosse.
Ma il suo guatar, il suo cercar fu vano,
Chè fuori delle capre altri non v’era;
E trovata la sbarra, e l’uscio sano
Come lasciati avevali la sera,
Battendosi la fronte colla mano,
Ho perduto, gridò, la mandra intera:
O da morbo ciò venga o da malia,
Le capre prese son dalla pazzia.
Nessuna, aimè! si corica, nè dorme,
E a tutte il fiato dal belar s’ingrossa
E si dibatton in sì strane forme,
Che par ch’abbiano il fistolo nell’ossa;
Eppur qui certo non si veggion orme
Di fera, o d’uom che nuocere lor possa;
Se impazzine non sono, altro non truovo
Che si debba incolpar d’un mal sì nuovo.
Ivi passò senza tornar più a letto
Il resto della notte afflitto e stanco,
Che avendo d’ogni cosa ombra e sospetto
Non volle abbandonar l’infermo branco;
Ma come il sol rimessosi in assetto
Fece surgendo l’Oriente bianco,
Nuovamente al pratel voltò le piante,
Dove s’era fermato il giorno innante.
Forse, dicea tra sè, questo mal nasce
Da rio veleno, che in quel sito alligna,
E il gregge incauto non di rado pasce
Il timo attossicato e la gramigna,
Ma vedrò ben se così matte ambasce
Sieno effetto di qualche erba maligna;
Così fantasticando tratto tratto
Tutto affannoso se ne andava, e ratto
Giunto al pratel, lo corse, e lo ricorse,
Nè vide fil di pascolo nocivo:
Sol del caffè le fave ignote scorse
Cadute giù dall’albero nativo;
E come ne trovò di frante e morse,
Che il vestigio del dente avean pur vivo,
Chinato a terra alcune ne raccolse,
Che veder da vicino meglio le volse.
Poichè mirate l’ebbe attentamente,
Se, disse, anch’io non sono o pazzo o losco,
Qui della capre nel caffè c’è stato il dente,
Che il dente delle capre ben conosco;
Forse con questa coccola o semente
Ingozzate le mie si sono il tosco;
E nel dir ciò se le volgea pian piano,
Guardandole pur fiso, su la mano.
Punto da cotal dubbio il sentier prese
Verso un delubro a Febo sacro e caro,
E fra i pastor dell’Arabo paese
Per oracoli assai nomato e chiaro:
Là parecchi vivevano a sue spese
Sotto la direzione d’un uom preclaro,
Che su le piante, e l’erba era sì colto
Che sol cedeva a Febo, e non di molto.
Or a lui, che il Nume era ministro,
Venne avanti il pastor in umil atto,
E poichè della sua greggia il sinistro
Caso come sapeva ebbe ritratto,
Deh, disse, il ben che so che ad altri hai fatto;
Pigliati queste coccole, che forse
Ti daran qualche lume; e gliele porse.
Sorrise il vecchio: e, datti, pace, o figlio,
Gli rispose che il mal cesserà presto;
Non sovrasta al tuo gregge altro periglio
Che il dovere oggi pur startene desto;
Questa notte chiudrà lo stanco ciglio,
Poichè l’ardente frutto avrà digesto,
Che gli ha nel corpo un acre umore infuso,
E l’ha fatto vegliar fuori dell’uso.
Nè lunghi studii miei anch’io sovente,
Abbrustolatol pria, nell’acqua il cossì,
La qual bevuta il sonno di repente
Mi scacciava dagli occhi umidi e grossi;
Sicchè potea l’ore notturne e lente,
Come di letto allora uscito io fossi
Stare a stillarmi in su i libri il cervello
Finché il Sol rimenava il dì novello.5
Note
1 Batini, 2003, p. 73.
2 Lewin, 1928, vol. III, p. 302.
3 Opera del frate maronita Antonio Fausto Naironi, De saluberrima potione cahue, seu cafe moncupata discursus, del 1671, rip. in Weinberg & Bonnie, 2002: 21-22.
3 Mantegazza, 1871, ibid., vol. 2, p. 113
4 Lorenzo Barotti, 1781, Il caffè, dedicato agli eccellentissimi sposi il signor conte Don Luigi Onesti e la signora Donna Costanza Falconieri ed edito in Parma dalla stamperia Reale; rip. in Mantegazza, 1871, vol. 2, pp. 109-113.
Riferimenti bibliografici
BATINI GIORGIO, 2003, Le radici delle piante. Erbe, fiori, frutti, alberi nel mito e nella leggenda, Edizioni Polistampa, Firenze.
BIBRA von ERNST, 1995 (1855), Plant Intoxicants, Healing Art Press, Rochester, Vermont.
LEWIN LOUIS, 1981 (1928), Phantastika, 3 voll., Savelli Editori, Milano.
MANTEGAZZA PAOLO, 1871, Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze, Bernardoni, Milano, 2 voll.
RAMBALDI ANGELO, 1691, L’ambrosia arabica, ovvero della salutare bevanda del cafè, Longhi Stampatore Arcivescovale, Bologna, ristampa anastatica 2001, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, BO.
WEINBERG A. BENNETT & BONNIE K. BEALER, 2002, Caffeina, Donzelli Editore, Roma.
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